A Cersaie 2025: Lina Malfona e il viaggio nelle “case leggere
A Cersaie 2025, Lina Malfona ci guida in un’immersione architettonica che attraversa antropologia, filosofia, storia dell’arte e dell’architettura. Un percorso che si dipana attraverso il suo progetto arcipelagico di creazione e ristrutturazione di case complementari e sperimentali, “leggere” e innestate nel tessuto della campagna romana.
Perché parlare di case leggere e di innesti?
Perché è proprio il cuore del progetto: nato nel 2007 e ripensato dopo la Pandemia del 2020, che ha rivelato nuove opportunità di contaminazione tra dimensione domestica e lavorativa, con l’avvento dello smart working. Non si tratta solo di riorganizzare gli spazi interni di case ibride – case-ufficio, case-laboratorio – ma di realizzare abitazioni leggere, che si inseriscano nel territorio senza peso, seguendo la linea delle colline e adattandosi ai volumi, agli spazi e ai colori del paesaggio.
Case vive, capaci di accogliere le esigenze dei propri abitanti, anche grazie alle ultime tecnologie, come le cosiddette “case droni”. Con una cavità strutturale pensata per l’atterraggio di droni di rifornimento, questi progetti offrono ai residenti una soluzione innovativa per compensare la scarsa disponibilità di servizi nella periferia.
Arcipelaghi e funzioni complementari
Non si parla solo di singole abitazioni: le case crescono come arcipelaghi, acquisendo funzioni infrastrutturali e comunitarie – diventando teatri di eventi, B&B, laboratori, uffici o sale di registrazione. Queste funzioni connettono e completano l’esistenza di ogni singola casa, rafforzando il senso di comunità e portando il progetto oltre l’abitativo, incarnando il trait-d’union tra sfera pubblica e privata, “tra radicamento e attraversamento”, uno dei temi centrali del progetto.
Architettura come conversazione
Non si tratta di erigere fortificazioni o piantare radici aggressive nella terra, ma di creare strutture vive e dinamiche, capaci di dialogare con l’ambiente circostante. Una “sacra conversazione senza parole”, dove l’architettura diventa cornice che inquadra paesaggi e vicende umane, senza imporsi ma valorizzando ciò che le circonda.




